26 novembre 2015

No agli ultràs moderni, ovvero l’Isola (nel senso del bar) e Montepulciano (nel senso del vino)




Lui, Hobbs, mi dice:; «scrivi!»
pare facile...
anzitutto chiudete quella porta ché il freddo è arrivato
poi, secondariamente, ditemi chi ha messo nella stessa playlist i Bee Gees e Jimi Hendrix.
Brividi e distonie musicali non [si] conciliano.
Sgomento, mi accorgo che il prodotto di un piccolo notes e il Montepulciano risulta maggiormente prossimo a un esempio accademico di disgrafìa piuttosto che a qualcosa che, adeguatamente rivisto e corretto, risulti degno di pubblicazione almeno su un blog.
Perché è complicato rileggersi
in senso lato
simbolicamente
se non ti sei capito alla prima botta è difficile poi recuperare.
Le lettere si mescolano, le parole cambiano.
Il senso non è più lo stesso, i sensi si allarmano e l'animo si scuote.
Almeno lui si muove e si scalda.
Chiudete quella porta
manca poco all'allouìn e io di terrori
orrori
motori
odori
afrori
ne ho abbastanza.
She has the blues
e un rossetto acceso
troppo
pure se è notte da un pezzo e a vederci chiaro ci sarebbe solo da guadagnarci.
Ho messo gli occhiali scuri e posato per una foto
testimonial che questo non è un locale per soli giovani.
Anche noi maturi, quantunque irrisolti, possiamo permetterci di.
La giovane fotografa cerca un suo punto di vista
si muove
troppo
quanto corta è la gonna,
troppo.
Per quel che mi riguarda la serata potrebbe anche finire qui,
congelare l'attimo
cazzo di freddo, chiudete la porta!
Epifanìe, visioni
il rossetto è acceso forse per smorzare le chiacchiere distese come fondo, rumore di.
She has the blues
lo condivide
ci sarebbe solo da allungare una mano immaginaria e prenderlo.
La mano non risponde
epperò,
all'appello.
Se ne sta lì a immaginarsi posata su quella coscia, scoperta dal troppo movimento di una fotografa alla ricerca dello scatto perfetto
corta di gonna
lunga di gambe, bella come il sole
ma è sempre notte fonda
[è bene ricordarlo]
Passa il tempo e il mio bicchiere si svuota man mano [immaginaria]
Il tempo è un ubriacone e la mia grafìa vieppiù incomprensibile.
Hobbs mi ha detto: «scrivi!»
Io obbedisco, soldatino massiccio e incazzato, ancora.
E non fa bene, no.
Blandire vecchi malumori col Montepulciano, all'Isola, col blues, il chiacchiericcio, le labbra accese...questo sì, è sano.
E lasciare via libera a sproloqui seppur in forma scritta.
Anche quello è sano.
Cose che allungano la vita, le gonne corte.

25 agosto 2015

Sabbia&coca-cola 2015 : : Mani di Luce, ovvero quanto successe a un uomo grazie a un'acacia

Si prendano due ghiaccioli dal freezer, li si pongano in un piatto, li si lascino lì mentre si legge:

L'acacia Nilotica, ovvero del Nilo, fiume quanto il Trigno ma un tantinello più gruss, è un albero abbastanza alto, che fa abbastanza ombra, abbastanza spinoso, abbastanza conosciuto nei tempi in medicina, quella medicina primordiale ancora un pizzico vicina alla magìa.
Utile per curare le ferite, l'essudato della corteccia era usato contro l'insonnia e il dolore. I frutti, se mangiati in quantità risultano esser velenosi. Nella giusta quantità, scacciano gli spiriti maligni.


Quell'estate papà era irrequieto.
Camminava in tondo come un cavallo ancora mai montato, chiuso nel recinto.
Lo guardavamo restandocene all'ombra di un'acacia, spinosa come diventava lui quando uno di noi, la mamma di norma, gli chiedeva cosa lo tormentasse.
Mio padre era un uomo di scienza, e di fede. Presente, pronto ad ascoltare e consigliare per il giusto verso. Si trattasse di costruire un accampamento, una casa al villaggio accanto all'oasi o calcolare una distanza e progettare un viaggio nel deserto. Aveva letto molti libri, in gioventù, libri di algebra, e seguito per anni in un tirocinio sfiancante un vecchio conciaossa a Basrah, una settimana di viaggio più a nord. Io non c'ero mai stata, una città non l'avevo mai vista. E nemmeno il mare.

Sapevo di avere un fratello, certo, mio nonno aveva avuto cura di raccontarmi fin da subito, appena raggiunta l'età della ragione, come realmente fossero andate le cose, ma al di là di ciò sentivo di avere un fratello. Gemello.
Nascosto da qualche parte nel deserto coi predoni che se l'erano portato via il giorno che assalirono la nostra carovana di ritorno dalla città.
Mio padre aveva provato a difenderci ma subito era caduto vittima di scimitarre tanto affilate quanto ricurve, e poi era toccato a mia madre. Io, tre anni appena, me ne restai nascosto in un doppio fondo del carro. Mia madre mi ci aveva subito spinto dentro appena accortasi del pericolo. Non fece in tempo con mio fratello. Se lo portarono via assieme al poco denaro guadagnato al mercato e alle stoffe prese in cambio delle galline.
Al pari di sapere di un fratello gemello che mi somiglia come una goccia d'acqua, so bene come le cose che ti accadono nella vita riescano a plasmarti e disegnarti come l'acqua fa con la roccia.
Le volte che ci penso diventa buio dentro e niente posso fare se non camminare, in tondo, senza requie. E starmene da solo a non sentire nessuno. Mi dicono che mi basti guardarti negli occhi per allontanarti, quando mi sento così. Mi dicono che è come se mi crescessero le spine addosso, come a un'acacia.

Mi chiamano Al-jabhr, il conciaossa, o il matematico ché la parola che ci definisce è la stessa.
Ho avuto un certo numero di allievi ai quali tramandare l'arte di aggiustare arti, ricomporre fratture, raddrizzare schiene piegate dal lavoro e fare calcoli, usare i numeri, cose immateriali, per comprendere le cose reali, quelle del mondo.
Qui nel deserto usiamo la stessa parola sia che si tratti di calcoli che di sistemare membra.
Al-jhabr
Algebra.
Ad ogni buon conto intendiamo comunque “mettere le cose a posto” ordinarle nuovamente di modo che ricomincino a funzionare
secondo un criterio noto forse solo al cielo
così come è stato il cielo, sicuro, a regalarmi l'allievo più capace che potessi avere al seguito.
Veniva dal deserto
asciutto
intelligente
anzi
acuto
come le spine di un'acacia.

Quell'estate mio marito era irrequieto.
Sarà stata la carestia, le capre e quella strana malattia che le ammazzava tutte, oppure non saprei dire.
Certe volte provavo a chiedergli cosa fosse a tormentarlo.
Si irrigidiva, respirava a tratti, come piccoli singulti, poi continuava a camminare, senza requie.
Altre volte mi ci sono solo seduta accanto, le volte che se ne stava a pensare sotto l'ombra dell'acacia, sperando mi dicesse qualcosa. Alla fine riuscivo solo a poggiare la testa sulla sua spalla e mi sembrava quasi il suo respiro si facesse regolare, ma non di più. O forse era l'acacia.
Quell'estate fu l'estate che partì per la città per cercare suo fratello.
Quell'estate fu l'estate che tornò senza più le mani.

C'è uno schema noto, un modello ricorrente nei racconti, attorno al quale si son scritti libri, narrate storie e girati film. Lo scambio di persona, l'errore e l'equivoco. Qui non si fa eccezione.
In due parole il conciaossa spinoso come un'acacia viene ingiustamente accusato di un furto in città, commesso viceversa dal fratello gemello omozigote. Cioè uguale.
E se è vero come è vero che la legge non ammette ignoranza spesso chi poi la applica, la legge, a causa dell'ignoranza commette errori.
Mai invece ne commette il boia, quello nze sbaja mai, si trattasse di staccare teste dal collo o mani dai polsi.
La pena prevista per i ladri.
Una pena per chi con quelle stesse mani aveva portato sollievo alle sofferenze altrui.
E alla pena si sostituì il dolore, già, perché una mano sensibile ne sente di più, e quello dell'arto fantasma è un dolore vero, reale. Costante.
Ogni tanto si guardava le mani dolenti ma quelle non c'erano più, così doveva ricorrere sempre più di frequente alla corteccia dell'acacia che mitigava quel dolore e gli concedeva qualche ora di sonno.

C'è un altro topos nei racconti, un altro elemento ricorrente, quello del viaggio. Meglio, del viaggio e del deserto, i quaranta giorni di Gesù, la vendetta di Beatrix di Kill Bill, l'incipit di Breaking Bad, Paris Texas di Wim Wenders e tante altre storie.
Anche in questo caso noi non si fa eccezione:
per ritrovar sé stesso o un po' di pace, per non sentire più il dolore oppure per morire.
Questo è il deserto, il significato simbolico, vivi se dentro hai ancora la voglia e torna migliore, torna pulito, torna più forte, torna pronto e accada pure quel che deve.
Era appena l'aurora quando se ne andò lasciando moglie e figlia, con sé solo acqua e frutti e corteccia d'acacia.
L'acqua e la corteccia terminarono dopo qualche giorno, ricominciò il dolore e urlò, nel deserto dove nessuno avrebbe potuto udirlo. Urlò e ancora urlò, così forte e così a lungo che infine cadde, esausto.
Mangiare frutti d'acacia in quantità provocava la morte, lo sapeva bene e così fece. Poi non sentì più nulla.

Lo scosse un brivido forte, era freddo, era notte, sentiva però voci e lamenti di cammelli. Infine sentì il dolore.
“Se ti fa male è segno che sei ancora vivo”
Questo il suo vecchio maestro diceva spesso ai suoi pazienti.
Riuscì ad aprire gli occhi, si guardò le mani. Era notte, buia e senza luna. Le sue mani erano lì, attaccate ancora ai polsi e risplendevano. Erano mani di luce.
Una carovana di mercanti lo aveva trovato, lo avrebbe curato, dissetato e nutrito. Nel buio avevano creduto di scorgere due luci tanto brillanti che li avevano guidati fin lì. Non c'erano luci, solo un uomo in fin di vita. Senza più le mani.

Mio padre non ha le mani. Mio padre era un conciaossa, un Al-jahbr.
Davanti la nostra casa, sul margine dell'oasi, all'ombra dell'acacia c'è sempre tanta gente. Gente strana.
Vengono dal deserto e dalla città. Vengono da tutto il califfato.
Vestono di stracci oppure seta, poveri, ricchi, mercanti e caprai, tutti parlano malamente, non parlano affatto oppure è come se non ti sentissero. Mamma dice che sono pazzi portati qui dai parenti affinché papà li guarisca.
Mio padre non ha più le mani ma certe volte sembra come poggiarle sulla testa di quegli sventurati e se ne sta lì, immobile, e pure loro. Certe volte si addormentano, anche.
Poi gli da tre piccoli frutti di acacia, quelli masticano lenti, si alzano dopo un po', parlano, comunque ci provano e a me dopo non mi sembrano più così strani.
Mamma dice che papà ha mani immateriali, mani fatte apposta per aggiustare cose immateriali pure loro. Mamma dice che con quelle mani adesso non può più aggiustare ossa. Però può aggiustare anime.
Proprio come mio padre l'acacia avrà pure le spine ma mi sa che è vera questa cosa che i suoi frutti scacciano gli spiriti maligni.
Quest'estate mio padre ha detto che mi porterà in città, a lezione dal vecchio Algebrista. Dice che se dovessi piacergli potrebbe pure prendermi come allieva. E comunque, anche se non dovesse essere, poi ha promesso che mi porterà a vedere il mare.

E adesso non mi dite che sono solo storie, che la matematica è un'altra cosa, che volete l'evidenza scientifica del mio fare il conciaossa. Di quale scienza parlate? Forse di quella che si basa su una matematica che vi obbliga a credere che uno più uno faccia sempre due?
No! Non è vero, non è così.
Un ghiacciolo più un ghiacciolo non fanno due ghiaccioli
il tempo e la forza di una storia
e resta solo
un'unica
piccola
pozzanghera.


28 settembre 2014

na storia de guera & pace (come la guera aricchisce i furbi entanto i cojoni parteno sordati e nun torneno ppiù)

Ce so storie che nascheno così
trar lusco eer brusco, improvvise e un po' no
ner senzo che ce ripenzi e te ciavvìti

improvvise come la telefonata de na sòcera ale sette de matina chettedice che
"a natale peppranzo venite da me che me dòlono l'ossa e nummevà de spostamme"
epperò poi ce ripenzi e dici
ma oggi è domenica
venticinque aprile
e so' le sette de matìna

er venticinque aprile, la liberazzione, tenete a mente tutti sta data, sempre
pure mo', che poi in un modo o nell'artro ce se torna
ma apparte stasera,
tenetelo a mente sempre, nun ve scordate.
MAI.
enzomma che dicevo?
sì, dele storie che te vengono su, così
da sole
come la robba che te sei magnato a pranzo e quanno che dovrebbe esse l'ora che i popoli civili se fanno er teuccio
chi cor latte e chi cor limone,
te stai lì a ripenzà ai calamari de Santamarinella che te ritorneno.
E allora stavo lì, seduto ar tavolino, solo,
cor bicchiere mezzo pieno
mezzo vòto
...
vabbè stavo lì co' mezzo bicchiere de vino
e la tentazzione de fa scarpetta ner piatto dela cacio e pepe.
Ar tavolino accanto quattro perzone, du coppie attempate e attrippate der fine pranzo e consumate dall'eterno dilemma
"caffè o grappino?"
risòrto dar più debbosciato dela commitiva cor classico "mapperché nzi meritàmo tutteddue?"
E allora dicevo...ortre a parlà dele solite cose che se parleno le perzone de na certetà...
le malattie
ala posta c'è sempre na fila che lèvete
dar dottore pure
le malattie
la pressione arta
(eh...fatte nartro grappino taccitùa)
la penzione che nun basta più
tu fija nun arza na paja dentro casa, taccisùa
le malattie
i parenti
...
i parenti
...
ellì me so' appizzato
daje de gossip, daje de firm, daje demmagginazzione
daje de storie.
Questa è la storia ricavata dar tavolino accanto, ricamata, inventata ma no irreale
der nonno, er zio, er padre, er fijo e er nipotino scemo (ma mica tanto scemo)

Enzomma pare che ar tempo che fu c'ereno du fratelli
uno grosso e spaccone ma ntantinello corto de cervello
e uno più piccolo
non solo d'età ma svejo, parecchio svejo, come pian piano ve renderete conto mano a mano che ve la conto
era er tempo der fascio, der libbro cor moschetto, dei treni sempre in orario, dele strade senza le buche ma tanto ncerano i motorini quindi era inutile.

Era er tempo dela piazza piena, gremita deggente cor braccio all'insù
tutta accarcata,
sudata,
de giugno.
"oddio nun sento...cheddìce er duce?"
" Taci, er Duce dice"
"eh...'o vedo ma nun capisco, cheddìce?"
"Taci! che er duce dice, ma nun capisco manco io...co'tutto sto casìno!"

Pare che poi abbia detto quarcosa tipo
romperemo i remi
palperemo i seni

spezzeremo le reni!
ala Grecia
che mo' semo abbituati a ddì
"anvedi poracci sti greci, stanno proprio co' le pezze,
però bbella la Grecia, ce so certe spiagge co i pescatori grechi che magneno l'olive greche e le caprette greche chentanto brucano l'erbetta greca che poi te fanno er formaggio greco da mette nell'insalata greca mappòi la cipolletta greca
te se ripropone come i calamari de Ladispoli, mavvabbè

la Grecia
ar tempo der fascio ma chi 'o sapeva com'era
la Grecia
che ne sapevano de che se faceva
in Grecia
se credeveno che...
e è qui che er fratello grosso se fomentò
la Grecia, l'impero, la conquista, er bottino de guera, le prigiognere...se scopa!
Ecco in sordoni questo presumibilmente è stato l'ordine dei penzieri nela capocciaccia bacata der maggiore, che pe' esse er primo, peffà lo spaccone, senza induggio arcuno, se fece volontario
e partì sordato.

Er fratello più piccolo pare che abbia invece temporeggiato
no per partì volontario perché nze ne parlava proprio,
ma pe' decide se quella che stava a ffà er fratello era proprio na cazzata come sospettava.
Rimediò du spicci,
tre sòrdi,
fece er bijetto der cinema ale dieci de matina
entrò ar primo spettacolo
e rimase llì dentro fino all'ora de chiusura
(pare che un tempo sta cosa se potesse fa, artri tempi, artre perzone, artri cinemi, artre sòcere)
der firm pare che poco j'emportasse
stava llì p'er cineggiornale
la propaganda
ovviamente er discorso der duce che dice taci, era stato ripreso, ad arte montato e distribuito su tutto er teritorio nazzionale attraverso er cineggiornale
na cosa che spezzava i du' tempi den firm e che dovevi da guardà pure tra na proiezione e l'artra.
Lui, er piccolo, s'era messo lì attento,
a studià er cineggiornale
tra le scene che riprendevano la folla oceanica che osannava, c'era pure qualche frammento den primo piano der duce
era a quello che puntava, lui
aveva intravisto o
immagginato de intravède
quarcosa sula faccia der duce dopo che diceva che i reni dela Grecia era debolucci e se potevano spezzà in quattrecquattròtto

mentre che er popolo osannava a braccio teso
c'era quarcosa
quarcosa sula faccia der duce
un tic
na specie de smorfia
solo un fotogramma

arivato a sera era sicuro
quer fotogramma,
chissà come sfuggito ar controllo dell'ufficio preposto,
mostrava incontrovertibirmente quela cosa
quela smorfia
un sorisetto
come a dì


"emmò so cazzi vostra"


seduto ale prime file
restò così
a ripenzà ar fotogramma dela faccia der duce
l'urtimo pezzo de mostacciolo je cascò dale labbra...


...come che d'è un mostacciolo? ahhhh, ma tutto tocca spiegavve

allora, na vorta, no come adesso, quanno s'annava ar cinema ce s'annava co du sordi e co l'urtimo che t'avanzava te ce compravi i mostaccioli, na cosa fatta cole nocchie e er miele, ma na cosa sostanziarmente dura
che nun se poteva mozzicà
tantomeno masticà
la potevi tenè in bocca a succhialla,
inumidilla,
ammorbidilla pe' tutto er primo tempo e allora poteva esse che pe' quanno arivava la scena clù
er bacio, er còrpo de cannone o la cavalleria amica
potevi finarmente spezzalla e ciancicalla
te c'affezzionavi, inzomma.
Così come t'affezzionavi ala signora che i mostaccioli li venneva,
ndonnone,
na matrona cona voce fònna fònna e cupa cupa.
Nun ciaveva bisogno dela cattiveria pe esse rispettata dai regazzini che prima delo spettacolo s'avvicinaveno chi pe un mostacciolo chi pen cartoccio de carubbe o de bruscolini.
A quelli messi peggio certe vorte je regalava na manciata de mosciarelle ompezzetto de zucchero carammellato.
Ancora sta lla'
la sora Argìa,
no lei
I pronipoti a bombisogno, er chiosco pero' e' rimasto.
Ma quanto divago? Maccheneso io...
Magara la Storia stessa e' na divagazzione der Creatore
N'attimo de divina confusione
Na diggestione difficile
N fritto de calamari de Freggene che je se ripropone
e cosi' nasce la storia, le storie
La vita nostra nun è più dritta
Sdirazza,
divaga,
ondeggia e a vorte s'accappotta.
Evvabbè che dicevo? Er mostacciolo dala bocca, si.
Er piccolo, er più giovane, ciaveva na senzazzione brutta addosso,
la smorfia der duce
tutta quela ggente,
er fratello grosso che nzieme ala folla l'avrebbe seguito chissandove.
Se ricordò der Maestro suo, fissato co le scienze, che nvece de racconta' leggesta del'antichi romani o dei promessi sposi, je parlò na vorta den popolo strano de roditori,
i lemmi,
na specie de sorci
però più grossi,
che an certo punto uno usciva de senno
se metteva a core forte forte e magari s'encapocciava sun pietrone o cascava giù per dirupo.
Questo quanno er sorcio nun era l'alfa,
Er dominante,
perchè sinnò, in caso contrario, lo seguivano tutti l'artri sorci giù ner buròne.
Lui, er Piccolo, semmagginò la folla de piazza Venezia para para a na mortitudine de sorci,
er duce nvece
er sorcio arfa
Fece uno più uno e corse pe avvisa' er fratello der pericolo den suicidio collettivo.

Questo peddi' signori miei, che avoja addi' ma quant'è mejo un maestro chenvece de ditte dela meiosi e dela mitosi dela cellula o der concetto dela provvidenza nell'opera der Manzoni,
te parla de sorci?
Po esse che te sarva la vita, un maestro così.
Nun fece in tempo
Er Fratello era gia' partito pellimbarco a brindisi sun treno pieno zeppo d'artri sordati convinti come lui de conquista' er monno, envece...
Nvece se non fu lui er primo a rimanecce fu sicuramente rprimo a mori' in maniera armeno singolare.

I grechi, ancora meno organizzati dell'italiani, presi dar panico pe l'imminente invasione, cominciorno a da' i nummeri
Tu, tu e tu dellà
Tre, sei e nove de sopra
Cinque, sette e due ar cannone
Te, te sei disparo...fa er cecchino!

Er cecchino? Chiese in greco un greco mezzo cieco
notoria pippa cor fucile tra le mano
Fattosta' che er greco cecchino cieco
sparò un primo colpo sui sordati nostri
Na capra sula destra stramazzò ferita a morte
Il secondo schioppo abbattè un gabbiano ignaro e pure un po innocente
Il terzo colpo colpì una roccia e rimbarzò
Rimbarzò
Rimbarzò
e senfilò nela fronte der maggiore che ner frattempo, spaurito dei botti, s'era accuciato dietro an camioncino
Er maggiore naturalmente ner senso de fratello, no de graduato che a quelli nvece je dice sempre culo.
Il punto fu che ai volontari più scarsi durante l'addestramento je diedero na dotazione proporzionale.
Je fu dato a lui, nela fattispecie, un ermetto sghembo, avanzo de magazzino dala grande guera, quella der quindicidiciotto
Un ermetto sì pesante ma tutto storto, che je lasciava scoperta mezza fronte,
proprio lì dove il proiettile de rimbarzo l'avrebbe corpìto a morte.
St'episodio qua potrebbe esse ricordato in certuni libri de storia si non fosse che de storie di jella e demprovvisazione organizzativo-loggistica sia piena l'avventura bellica nostrana.
Per esempio partirono pe la russia cole scarpe de cartone
E quanno che fu dell'africa fu tutto un "nun ce piove"
"Ovvio" disse er duce
"Se lo dico io che dice che so er duce, nun ce piove"
"No duce...nun ce piove, in africa nun c'è acqua"
Quindi tra morti de freddo assiderati e morti de sete e de stenti vari, un morto de rimbarzo nunpoffa' testo.
Ma tant'è...
Arivò la notizzia dela dipartita der più grande
e er più piccolo, stanco dele folle oceaniche,
de libbri e de moschetti,
de taci cher nemico tascolta,
oramai esperto de sorisetti farzi e de sorci suicidi,
decise che Roma
Roma
nun faceva più pellui
Era d'agosto e faceva callo quanno se decise de anna' ar mare
E fece bene perchè l'americani proprio quei giorni pensarono de bombarda' la città eterna.
San lorenzo, Tibburtino, Casarbertone.
Macerie, porvere e tanti morti
e mentre i romani s'affannavano a ripuli', lui
Er Piccolo, rimasto ormai da solo
aveva incominciato a stappresso an pescatore a Passoscuro.
Aiutava sì ma era svejo e imparava subbito.
In capo a quarche mese s'era costruito un tellinaro,
n'arnese che tu camminavi costa costa, lo strascinavi e poi riccojevi tante telline.
E quelle furono la fortuna sua,
ner senzo che se fece na baracchetta sula spiaggia,
casa e lavoro,
le telline,
poi na barchetta pei palamiti,
quarche trattoria verso Cerveteri che je se comprava tutto er pescato,
na rigazza de Marina San Nicola,
La guera era finita
Mpo de mercato nero verso boccea.
Mise su famija, la baracchetta diventò più grossa,
un fijo, pescatore e tellinaro pure lui,
e poi un nipote.
Che peggio nze poteva.

Ma annamo con ordine,
so l'anni sessanta,
Er padre tellinaro
(er fijo der fratello piccolo, peccapisse)
era nato storto, storto dentro, cinico e baro come un destino avverzo,
scontento e schizzignoso
se lavava le mano cento vorte ar giorno
convinto che la puzza de pesce fosse na questione diggiene.
Invero pe puzza' puzzava e no de pesce (che volendo pe certuni è mprofumo, via!)
Lui puzzava de quarcosa de poco definito,
se potrebbe di' dengratitudine e opportunismo,
de na furbizzia da quattro sòrdi,
de quer male che ha trovato casa qui da noi, in italia,
e che s'è fatto strada fino ai livelli più arti.

Quela puzza era come se lo costringesse a penza' e fa cose che na vorta se sarebbero dette“inique”.
Come presempio rastrella' l'orti de guera a centocelle,
assegnati doppo ventanni de usocapione,
pagalli du' lire e rivenneli maggiorati ai palazzinari
chentanto cominciaveno a magnasse Roma.
E la baracchetta sula spiaggia era diventata na villa, condonata successivamente eccetera eccetera ai senzi der decretolegge eccetera eccetera...se sèmo capiti
La moje se n'era annata quasi subbito dopo ave' messo un fijo ar monno.
Aveva preferito abbandona' na creatura piuttosto che crescela co accanto quell'odore.
Scerte de vita,
direte
che condizionarono però la vita de quer fijo,
cresciuto tossico un po' pe compenza' l'assenza de na madre
e mpo' pe nun senti' la puzza.
Vassape'.
Aveva ncominciato piccoletto annusando coccoina
Poi era passato alo smalto pelle unghie de na zia materna che faceva la vita
poi la vernice,
la colla,
la benzina,
e via via l'erba,
hascisc de tutti i tipi e provenienza,
cocaina,
eroina,
anfetamina,
aspirina e cocacola.
Ma nun disdegnava er vino.
Ecco, sì, l'ho detti tutti.

E la vita sua e der padre proseguì fra parecchi sòrdi fatti coll'inganno, droghe de ogni sorta
e la voja d'arampicasse
sociarmente parlando,
se volevano affranca' dala vita de mare e de pesce, frequenta' la bbona società che però stava in città
Er piccolo, ner senzo de fratello,
er padre der padre, er nonno nzomma,
morì de crepacòre.
Aveva visto la guera,
er duce che dice taci,
i sorci che scapocciano,
la fatica der pescatore
evidentemente quell'Italia nòva,
quer fijo e nipote così fangosi era stato troppo pe' lui.
De riffe o de raffe s'erano fatti nzomma l'anni settanta, anzi
ereno già dan pezzo l'anni settanta, se sparava, se rapiva, se spacciava, se moriva mpo più facile de adesso. Ereno tempi de fermenti curturali, nzomma.
E c'ereno concerti,
feste,
mostre de artisti famosi de mezzo monno.
Fattostà, com'è come nun è, er padre tellinaro e er fijo tossico riuscirono ambucasse a na mostra a parioli ndo se magnava e soprattutto se beveva.
Na festa pe n'americano famoso pe ave' disegnato na banana sula copertina den disco famoso.
Dopo che ebbero magnato e soprattutto bevuto se ritrovarono de fronte an quadro strano, davanti in piedi che guardava attento c'era mprete, pure lui strano.
"Certo che è strano" disse ciancicato er fijo
"Er quadro?" Chiese er padre

Er prete se vortò e li sorprese

"L'arte è arte e nun vole rotture de cojoni"
"Nchesenzo padre?" Chiesero perplessi
"Ner senzo che l'arte in quanto manifestazzione der divino all'interno der percorso epistemologico dell'omo
nell'accezzione ermeneutica piu' pura,
maltollera assunti di confutazione basati sul relativismo curturale che è proprio di una civirtà rivòrta oramai esclusivamente al consumo..."
"Voi dite santità?"
"Eminenza ma noi, noi..."
"Voi zitti che nun ho finito...dicevo, rivòrta oramai esclusivamente ar consumo e a rompe li cojoni ar prossimo.
Mo' bboni che sto in contemplazzione!"
I due mici mici se ne tornarono a fasse nsecchio de vino a sbafo mappòi se risòrsero a compra' quer quadro strano pe dumilacinquecento dollaroni.
Er padre se decise che co l'arredamento classico der salone, come diceva la madre, poco s'encontrava.
Er fijo tossico nun riusciva ormai a capi' quasi gnente, figuramose quer barattolo de minestra disegnato su na tela,
che in effetti sula carta da parati co le rose e le farfalle,
staccava mpo troppo.

Er quadro strano finì in soffitta, ner sottotetto, fino ar giorno che...ma annamo con po' d'ordine.

I termini tossico e amore nun vanno mica a braccetto
Enfatti morto er padre de un male che possibbirmente riuscì a fallo puzza' ancora deppiù,
ar punto che nun fu possibbile l'esposizzione dela sarma pe quei quattro che l'avrebbero seguita ar funerale,
er fijo tossico,
quarche anno appresso fu trovato freddo.
Duro e gonfio d'acqua ala foce der tevere a Fiumicino,
suicida?
Mortammazzato?
N'overdose?

conoscenti e polizia chiusero la cosa coll'unica frase adatta a certa ggente:
“sticazzi!”
Anche se prima,
quarche tempo prima,
c'aveva avuto un momento,
l'unico,
che in un modo o nell'artro lo faceva rientra' ner novero dele persone,
un essere umano, come di'.
Amò na donna e, strano a disse, fu riamato.
Fece appena in tempo a riconosce e reggistra' all'anagrafe er pupetto
porello,
crebbe orfano de padre, nonno e bisnonno.
Venne su dritto, pure se coll'occhiali
enfatti a scola lo pjavano ngiro
lo chiamavano scemo ma scemo nun era.
Leggeva, scriveva, dipingeva e sonava la chitara.

Ma soprattutto ciaveva ndono
era come si riuscisse a vede' indove che pe l'artri era buio
ndo' ncera gnente
lì dove c'era l'erba
lui immagginava i palazzoni a veni'
sula spiaggia ce vedeva già er porto turistico coi rompicojoni cole barche che poi te se parcheggeno a du metri dar bagnasciuga
davanti all'ombrellone tuo come a ddì "'o vedi io quanto so ffico e te nvece sei nammèrda?" e allora smòvi l'amico tuo caro, quello che all'elementari stavate ar banco nzieme e mo' sta in capitaneria de porto e...vabbè
nzomma
era capace dentende se na cosa ciaveva o nno un futuro
eppoi ciaveva tipo le visioni
anzi no
le sensazzioni
o mejo
sentiva le voci
no
no proprio così...
era come si sentisse cose

un giorno
(e stamo ggià nell'anni ottanta)
uno de quei ggiorni che nun piove tanto
s'affacciò a spasso dale parti de Caracalla
a piedi
c'era er sole, nfatti
de pommeriggio
uno de quei pommeriggi de inizzio primmavera
co la luce un po' sbiega
se risòrse a cammina' verso via de Porta Latina, lindove che c'è più verde
pure mo' ce n'é parecchio, nfatti
poi parco Metronio
l'aria nun fosse stato pe le machine, sarebbe stata pulita e fina
un cane abbaiava, ngatto no, navecchietta cioccava che l'avevano appena scippata
e cose solite nzomma
e tra le foje e i rami fitti fitti s'enfilava un raggio de sole
un po' giallo, un po' rosso
un raggio de sole tarmente forte che se dovette gira' dall'artra parte
indove che c'era un gruppetto de regazzini che giocava a pallone
e così rimase a guarda'
a guarda' sto raggio de sole che se moveva nzieme ar pallone
anzi
se moveva quanno er pallone rotolava tra i piedi de un regazzino

er più piccolo
bionno bionno
come ggesù

e fu lì che je parette de senti' quarcosa
come na mandria che scàrpita
o l'onne che se sfragneno sui scoji davanti ar castello de palo lazziale
o forse no
come ggente che applaudiva e sctrillava e se moveva tuttanzième
durò un secondo,
je girò la testa de vertiggine pe' n'emozzione così forte
se mise a sède su una panchina
guardò ancora un pochetto gioca' i regazzini

s'arzò
fece n'applauso,
eer pupo bionno fece l'inchino
i regazzini sorìsero


poi se n'annò.

Quarche anno appresso appena cresciuto e fatto er militare, risorse i probblemi economici e esistenziali sua e dela madre, vendette la villa a Passoscuro.
Furono i primi nell'anni novanta a aprì nbaretto sula spiaggia ai caraibbi.
Pure stavorta ciaveva visto ggiusto.
La isla Margherita
Bijetto de annata solamente.
Fu un giorno,
parecchio tempo doppo,
che ar baretto tra un mojto e un moscow mule
j'arivò un pacchetto dall'italia.
Un certo nummero de quaderni scritti a mano fitti fitti
e du buste,
una co una lettera e una con'assegno.


La lettera diceva che in soffitta, ner sottotetto dela villa de Passoscuro, er proprietario nòvo aveva trovato i diari der bisnonno.
Er piccolo,
quello der cinema e der cineggiornale,
quello der mostacciolo,
er primo tellinaro nzomma.
Er maestro, quello dei sorci, javeva però nzegnato pure a scrive e a scrive ogni giorno,
tutti i giorni,
un po' pe nun scordasse dele cose,
pe esse mpo più sani, mpo più ommini.
E pe esse mpo più libberi,
pure se stai in galera,
come diceva Gramsci.
E nzieme ai diari aveva trovato un quadro strano ma bello, den certo Endi Uorol, la zuppa Cambell.
L'assegno je riconosceva la metà der valore al quale era stato venduto a un signore svizzero che faceva l'orologgi svizzeri
quelli da polzo che costano una cifra.
Mezzo milione di dollari diceva l'assegno.
Lui e la madre se guardarono sbigottiti
nce credevano, nzomma

poi guardarono er calendario

Era er venticinque aprile, la libberazzione qui da noi
Pe' loro la fortuna
E loro er venticinque aprile nun se lo scorderanno mai.
E noi, qui
noi qui
vedemo mpo che potemo fa.

Qui la storia finisce o armeno questa de storia
Magara ha fatto ride, ha commosso o dato da penza'
Ma non deppiù
Cioè
vojo di'
che na morale nun c'è ala fine
Così come nun c'è un indirizzo,
un consijo,
nun te svela er segreto pe na vita felice

Epperò un opinione l'appalesa

E la prossima vòrta che doppo pranzo te chiedi
"caffè o grappino?"
Fatte n'esame de coscienza
Lascia sta la pressione arta
Ripenza che la vita,
come diceva Eduardo,
è n'affacciata ala finestra
E poi chiedete n'artra vorta
“Ma perchè nzi meritamo tutteddue?”

Note a margine

La storia dei Lemmings è falsa, inventata ad arte dalla Disney per un documentario sul Canada probabilmente atto ad ammorbidire le posizioni critiche internazionali a riguardo della strage di bisonti perpetrata nell'ottocento, in America, da Buffalo Bill e compagni:

"Tanto le bbestie in branco s'ammazzeno da sole"

Il quadro di Andy Warhol "the Campbell soup" fu realmente acquistato dal signor Rolex ed esposto sulla parete di un corridoietto d'ingresso alla cucina del suo yacht, come da testimonianza diretta di un mio conoscente, chef di bordo su quello stesso yacht. Forse sarebbe stato meglio sulla parete di una villa a Passoscuro benché assieme a una carta da parati colle rose e le farfalle a far da contorno.
Chissà Andy come la penserebbe a riguardo.
Non sono mai esistiti, viceversa
Cecchini greci ipovedenti tantomeno fotogrammi rivelatori nei cinegiornali, l'ufficio preposto ha sempre svolto un ottimo lavoro.

Tutto il resto, suocere che telefonano con larghissimo anticipo incluse, sì...è tutto vero.
E questo è quanto.

Ah! Sì...er pupo bionno
UN CAPITANO
C'E' SOLO UN CAPITANO
UN CAPITAAAAANO


on air/


mariachi el bronx : : i would die 4 U

16 settembre 2014

la vita è un ospedale (da un incipit del lonfo)

La vita a volte è strana, tanto quanto gli esseri che la animano. 
Mettete un ospedale, per esempio, dove c'è la signora Egle che di continuo suona il campanello per chiamare l'infermiera di turno.
Vuole assolutamente essere spostata di letto perché il riscaldamento, dice, è troppo vicino e le secca la gola e così deve bere di continuo ma la cosa ovviamente la costringe ad alzarsi di frequente per andare a far la pipì e le ginocchia le dolgono tanto, ma tanto, così tanto che ogni volta rischia di cadere.
Magari starebbe meglio accanto alla finestra, potrebbe così guardare fuori e distrarsi un po' e di sicuro penserebbe meno alle giunture dolenti.

Non si potrebbe

replica tranquilla l'infermiera,

ma chiederò alla caposala...


Non ci penso proprio, io da vicino alla finestra non mi muovo!

Immediata la reazione della giovane occhialuta con una pila di libri sul comodino, cuffiette nelle orecchie e nessuno che la venga a trovare il pomeriggio durante l'orario di visita.

Non per cattiveria

insiste

ma proprio per una questione di clorofilla

La signora Egle sbuffa, il volto dell'infermiera diventa simile a un punto interrogativo.

Se non prendo abbastanza luce non ne produco a sufficienza e allora mi si torce la colecisti, s'indignano le surrenali, il duodeno non sopporta il digiuno e l'amigdala ha paura dell'ippocampo...

L'autorevolezza degli argomenti, sostenuti dal peso di tutti quei libri sul comodino, zittiscono la signora Egle, mentre una strizzatina d'occhio furtiva all'infermiera mette subito le cose a posto.
O almeno per un po'.

on air/
francesca vannucci : : all i need (radiohead cover)

7 dicembre 2013

consciousness streaming, sub ITA

A distanza di otto anni ritrovarsi ancora a scrivere di/dopo un funerale, dell'immagine di noi che s'invecchia, riflessa nelle facce degli amici, della poca voglia di entrare in chiesa ché certe cose sono ancora irrisolte e chissà ancora per quanto. Così per non avvitarmi, penso a uno dei figli del defunto, il più grande. Al basket assieme, da ragazzi, alla musica che mi faceva sentire e a quanto fosse tutto diverso allora. Noi si difendeva necessariamente a zona, la uomo era solo per i "forti" e quanta paura ogni volta che bisognava affrontare una di quelle squadre lì. "Mamma dice di mettere la maglietta di lana sotto la canottiera"
"ma papà…"
Come fai ad attaccare una difesa individuale, anche se non proprio arcigna e aggressiva, se devi pensare a grattarti ovunque.
Le urla dell'allenatore avversario, la faccia sconsolata del nostro.
Un lay-up era una "americanata", anche se la NBA la leggevi soltanto sulle riviste e potevi solo vedere le foto, tanto allenamento sul giro in palleggio perché il cross-over era da non fare assolutamente. Insomma, diverso, ecco.
Diverso il basket, il modo di pensare e di parlare, la vita e anche la merenda, per esempio: invidiavo quelli del Giorgi che a ricreazione uscivano e si facevano preparare la rosetta dar SorCa (contrazione romanesca e vaginocentrica dei giovani dell'istituto tecnico, del Signor Carlo, il defunto. Il pizzicarolo del quartiere, accanto la scuola, non pizzicagnolo o gastronomo, giammai. Comunque una persona ogni mattina barba fatta, camicia pulita, cravatta, quasi a dispetto...


martin sexton : : almost cut my hair

3 gennaio 2013

gnu year risin'

Le due del mattino del primo gennaio. L'uomo dalla Punto gialla si pone in finestra. Sapete quelle cose del tipo "sguardo sul mondo con espressione meditabonda sull'anno appena passato e vagamente speranzosa rispetto a quello che verrà"; non appena tornato al qui e adesso, vede un tale, barcollante, evidentemente ubriaco. Appoggiatosi con una mano a un auto, con l'altra, dopo aver ravanato il giusto, estrae l'arnese e mette una seria ipoteca su quella che può essere la pisciata su paraurti più lunga del secolo. Per un attimo l'uomo della Punto gialla pensa anche di far partire un applauso, un fischio, un qualsiasi segno di apprezzamento del gesto. Poi realizza che lui la Punto gialla non ce l'ha più da un pezzo...e che quella è proprio la sua Polo.

on air/

public enemy : : harder than you think (featurecast rmx)

7 ottobre 2012

captivus





Troppi vestiti invernali dentro l'armadio occhieggiano, mi guardano come avessi proprio bisogno di coprirmi
magari è solo che non ce la fanno più a stare chiusi lì dentro, al buio, assieme a vecchi jeans strappati, magliette lise e maglioni ormai sformati 
è che non ce la faccio a buttare via le cose che per tanto tempo mi hanno accompagnato 
non ce la faccio a liberarmi di certe parti di me 
forse dovrei, ma la storia mica dovrebbe finire così, nel secchio della spazzatura 
tanto comunque i conti continuerei comunque a farceli 
la tua storia va oltre lo spazio nell'armadio che non basta mai 
e anche se decidi di mettere ordine, il caos che ormai regola il mondo avrà sempre la meglio 
paradossale vero? 
più tempo spendiamo a sistemare le cose 
più le cose precipitano, disordinatamente 
più è pulito e a posto in casa 
più tutto è a ferro e fuoco, fuori 
sarà il caso di uscire e fare un giro? 
o restare in casa, ripensare alle storie 
provare a tirare fuori un ricordo, una parola, un volto dalla memoria 
magari un insegnamento 
e andare avanti 
cercando di non far caso al troppo nell'armadio 
o al limite, coprirsi 
ché il freddo arriva presto.


on air/

arms : : tiger tamer